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domenica 10 agosto 2014

Nel tempo di Nimrod

Per mesi ho cercato di ascoltare e di capire. Comprendere ciò che sta accadendo; se vi sia davvero ancora spazio per sperare in questo turbinare di processi convulsi, dove ogni ipotesi di cambiamento si infrange, dissolvendosi, nelle rocce su cui si innalza la folle costruzione della nostra Società, senza intaccarla.

Ho riletto alcune affermazioni del filosofo Emanuele Severino riguardo ai "segni" del futuro e ai tempi che stiamo vivendo:  "..alcuni segni fanno prevedere invece un futuro diverso. Oggi incominciamo a vivere il tempo del pericolo mortale, come il trapezista nel momento in cui si è staccato da uno dei due compagni dell'acrobazia e non è stato ancora afferrato dall'altro: cioè nel momento in cui ci si è staccati dalla tradizione, che non regge più, ma non si è ancora entrati nel paradiso della tecnica. ...  Oggi la sofferenza è crescente perchè si diffonde la coscienza  che i valori della tradizione non reggono più....Oggi il moltiplicarsi dei mezzi di comunicazione trasmette la caduta dei valori, l'orrore e il dolore dalla coscienza delle èlites alle masse, che non scorgono più alcun rimedio alla precarietà dell'esistenza."

Penso che Severino descriva in modo perfetto la situazione attuale nell'immagine del trapezista a mezz'aria.  La maggior parte delle persone - la massa - è sopraffatta dalla comprensione del crollo dei valori e dell'orrore. Ne rimane come pietrificata, impotente...spaesata, in questo volare nel vuoto e  chiude gli occhi. Non volendo sapere, vedere, capire ciò che accade. 
Allora va bene Renzi, la sua spregiudicatezza, la sua ipocrisia, e va bene anche Berlusconi, vanno bene i partiti, i sindacati fasulli e perfino gli industriali che licenziano gli operai spostando altrove le fabbriche per puro profitto, va bene lo scempio della Costituzione e  della Democrazia, vanno bene i profughi delle guerre condannati a morire fuggiaschi nel mediterraneo, va bene Gaza ... va bene tutto e non va bene niente. Si lascia che sia, senza reagire.
Altri, si rivolgono indietro, alle mani del compagno che abbiamo perduto e pur rendendosi conto che sono ormai irraggiungibili e che la distanza tra le nostre mani e quelle mani aumenta sempre più, vorrebbe riprenderle e si protende disperatamente, urlando, a ritroso. Sono questi coloro che non vogliono concepire il distacco dall'ideologia e dalla fede. Da quelli che Severino chiama "valori della tradizione".
Poi ci sono altri che, proiettati nel vuoto, si rivolgono avanti, al trapezista che sta arrivando con le braccia protese. Al mondo nuovo, a quale si guarda con fiducia.
Io sento di far parte di queste persone, per istinto, ma il mio atteggiamento, sempre per istinto, è quello di chi affronta questa imprevista situazione con l'euforia vitale, adrenalinica, di chi ha qualcosa da portare nel futuro. Di chi non ha cancellato la tradizione ma se ne porta dietro il seme, tentando un collegamento, una continuità tra il prima e il dopo. Di chi vuole afferrare le mani del nuovo, non essere afferrato.
Mi accorgo che invece altri, la maggior parte, guardano alle mani del trapezista che si fa avanti come a un "destino" o come a un salvatore, senza pensare affatto al futuro, ma soltanto come via di uscita da quella situazione di insostenibile precarietà. Queste persone, pur volando verso il futuro, insultano il vecchio compagno e aspettano. Non agiscono. Non vivono l'ebbrezza del volo, non pregustano il mondo nuovo. Vogliono soltanto ritrovare delle mani sicure, che non tradiscano la fiducia.
Identifico spesso questi trapezisti nel vuoto che guardano avanti - me compreso - al variegato popolo che si riconosce oggi politicamente nel movimento 5 stelle. E vedo che molti, nel movimento, si affidano alla tecnica (internet, le stampanti laser, le tecnologie sostenibili, le auto elettriche...) per uscire dagli orrori civiltà della tecnica. Si confida nel fatto che la tecnica - la "buona" tecnica - possa portarci diritti alla felicità che cerchiamo. Il futuro si affermerà con la tecnica, non con ciò che noi siamo in grado di mettere in atto qui, ora, cambiando il nostro modo di vivere.

Sono convinto che si debba guardare avanti. Ripeto: è per istinto che ho questa convinzione e per la consapevolezza che ciò che è perduto non può ritornare, per cui è necessario guardare al futuro ed è importante farlo con convinzione, senza inutili titubanze.
Ma non so se il mio sguardo è quello giusto. So che non mi convince questa fiducia nelle proprietà salvifiche della tecnica. So che, in fondo, neanche il mio ottimismo e la mia voglia di credere in un cambiamento responsabile della società, mi convince davvero. In fondo, mento a me stesso, per istinto di sopravvivenza.
E mi ritornano ancora le parole di Severino, che proseguono la riflessione sul futuro:

"Ma più in là si profila il paradiso della tecnica, il grande riparo della precarietà, dove l'uomo riesce a rifare l'uomo, e produce l'uomo massimamente felice - e dunque timoroso di perdere la propria felicità e dunque massimamente infelice.
Quello sarà il tempo, dicevamo, in cui l'unico e fondamentale problema per l'uomo diventerà, in modo corale, il senso autentico della verità. Si potrà ritornare alla verità assoluta della tradizione - la volontà come potenza (e in questo caso di ripeterebbe la storia dell'Occidente qualora non ci si rendesse conto della perentorietà del tramonto degli immutabili). Ma potrebbe anche farsi inanzi in senso inaudito della verità."

Ecco, alla fine, quello che cerco già oggi, pur in questo volare nel vuoto, è il senso inaudito della verità....il resto, ha ben poca importanza... 
Ora regna Nimrod, ma non sarà per molto. Molte cose devono ancora accadere.























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