X FALCONARA

spazio libero di chi vuole un futuro migliore per la nostra città

giovedì 16 febbraio 2012

Nuda veritas

Ciò di cui ha bisogno la società umana oggi si condensa in una parola: VERITA'.
Anche se a noi, piccoli uomini abituati a secoli di cutura dell'ipocrisia e della menzogna, essa può apparire agghiacciante come lo sguardo vitreo del quadro "nuda veritas" di Klimt, dobbiamo riuscire a non distoglierci mai dalla ricerca della Verità.
Il credo sofista secondo cui la Verità è relativa costituisce la radice del nichilismo che alimenta l'odierna vergognosa realtà della politica.
Quello che intendo quando dico di "non distoglierci mai dalla Verità" va oltre il semplice rifiuto di fare affermazioni false e comporta l'impossibilità di dire o di tacere a seconda di come ci fa comodo. La Verità non è un atto volontario ma sempre e comunque "atto necessario" e inevitabile.
Spesso mi sono trovato di fronte a ragionamenti sulla opportunità di fare o non fare una cosa, di dire o non dire, per non correre il rischio di "favorire" la compagine avversaria sul piano politico. 
Ad esempio se, di fronte ad un modo inadeguato di affrontare una situazione o una problematica da parte di un'amministrazione pubblica avversa, io dico come dovrebbe essere invece affrontata in modo adeguato, per alcuni questo atteggiamento viene visto come un "errore" politico, perchè così facendo do agli avversari l'opportunità di "farsi belli" con la mia soluzione. Secondo questa opinione io dovrei tacere, lasciando la parte antagonista nell'errore perchè da quel suo errare io possa trarre vantaggio per la mia parte.
A mio avviso questo comportamento è intollerabile tanto quanto il mentire. 
Tacere la cosa giusta è tacere la verità e non vedo alcuna differenza tra il tacere di fronte alla condotta ingiusta dell'avversario politico e il tacere di fronte a un delitto o di fronte a un crimine. E' il medesimo oltraggio alla Verità.
La Verità impone che la si affermi sempre.
Così, ad esempio, sento lo stesso dovere di affermare che l'Amministrazione comunale di Falconara ha agito bene ed ha agito male nell'affrontare l'emergenza freddo dei giorni scorsi.
Ha agito bene nel modo con cui è riuscita a liberare le strade, a limitare i disagi per i cittadini, con solerte spirito di servizio. Non so se il merito vada esteso a tutta l'amministrazione o solo ai responsabili dei lavori pubblici e della protezione civile, ma Verità vuole, che ciò vada detto.
Ha agito male, e anche questo Verità vuole che vada detto, nell'affrontare la questione dei senza tetto e il rapporto coi "nuovi cittadini". E' stata la rete dei volontari a imporre di fatto all'Amministrazione di andare in soccorso a quella trentina di esseri umani relegati alla ex Montedison ed a sollecitare le ferrovie perchè tenessero aperta la stazione nelle ore notturne. Se non fosse stato per quei volontari nulla sarebbe stato fatto e avremmo assistito ad una Protezione civile che corre a salvare le mucche isolate negli allevamenti di montagna ma si disinteressa dei nostri simili lasciati al freddo nei tuguri in cui li abbiamo costretti. 
Allo stesso modo l'Amministrazione ha sbagliato nel non dare risalto ad un fatto che ha invece estrema importanza: l'offerta fatta dalla comunità bengalese di aiutare volontariamente a spalare la neve, senza pretendere compenso, come espressione di gratitudine alla città di Falconara a cui sentono ormai di appartenere. Un sindaco che avesse a cuore il futuro della cua comunità darebbe estremo risalto pubblico a questo fatto, come esempio di amore e fratellanza, come auspicio per una integrazione possibile.
Nel caso in esame è questa la mia Nuda Veritas che sento il dovere, da cittadino, di affermare: forse qualcosa o qualcuno, in questa amministrazione, sarà pure in grado di lavorare discretamente bene, nell'interesse comune. Ma è troppo poco. Quello che manca, e che rende questa Amministrazione inadeguata, è il cuore ed è la lungimiranza. E senza cuore e lungimiranza, così come senza Verità, non c'è futuro per la nostra società.

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lunedì 9 gennaio 2012

Un nuovo Contratto Sociale


La macchina non funziona più. Il meccanismo è arrivato al suo limite e si è definitivamente rotto.
Tutti ora si affannano con le chiavi inglesi e gli arnesi necessari nel tentativo di riparare il guasto e far tornare tutto a funzionare come prima, ma le cose al mondo non vanno così. Non esistono “meccanismi eterni” come illusoriamente abbiamo creduto – e ancora crediamo – fosse l’economia del capitale: un meccanismo perfetto, senza errore né limite.
Le cose del mondo funzionano “fino ad un certo punto”, un limite che possiamo definire come “soglia” al di là della quale si devono trasformare in altra cosa, riorganizzarsi in un nuovo sistema.
Già nell’antichità gli uomini hanno vissuto numerose “soglie”. Quando la mancanza di selvaggina costrinse taluni popoli ad “inventare” l’agricoltura e divenire stanziali. Quando l’invenzione della macchina a vapore liberò gli uomini dalla fatica del lavoro e di conseguenza affrancò gli schiavi  nell’idea, affatto nuova, di uguaglianza - spostando il fattore di “differenza” sociale sul possesso dei mezzi di produzione più che sulla forza lavoro, sul denaro più che sul blasone.
Oggi siamo di fronte ad una di queste soglie. Ci stiamo già sopra e la stiamo attraversando.
La veccia società, fondata su un contratto sociale tra lo Stato e il cittadino, non da più garanzie, Il contratto è sciolto.
Lo stato appare sempre più lontano dai cittadini, estraneo, e vessatorio. Lo Stato chiede ai cittadini sempre maggiori risorse ma non riesce a garantire né lavoro, né servizi, né sicurezza.
La classe politica, formatasi per rappresentare nello Stato le esigenze dei cittadini, non è in grado di dare le risposte che i cittadini chiedono ed è diventata corrotta ed autoreferenziale.
Qualsiasi idea di “politica” che possiamo oggi desiderare non è la politica dei partiiti. Qualsiasi idea di democrazia non può che ripartire dal cittadino e dalla cittadinanza mettendo in discussione l’idea di Stato.
Qualsiasi politica futura deve mirare a scrivere un nuovo contratto sociale.

Ho già affrontato, riprendendo le riflessioni di Proudhon, come il paradigma della società della democrazia rappresentativa – quello che abbiamo vissuto negli ultimi decenni – in quanto figlia del liberismo economico, è la “competizione”. Competizione tra interessi di parte nel libero mercato, competizione tra interessi di parte nella società, che è necessariamente società divisa in classi.
Competizione è anche condizione essenziale della guerra e la gerarchia e la responsabilità del grado sono l’immagine della società della guerra così come della società fondata sulla competizione.
La gerarchia dell’apparato politico di partito è l’esatta riproduzione della gerarchia di un esercito.

In questa rappresentazione dell’identità profonda della società in cui viviamo possiamo finalmente cogliere l’inevitabilità del suo destino distruttivo ed auto-distruttivo. E possiamo finalmente comprendere in modo più chiaro la fase che stiamo attraversando.
La fase che, sulla soglia del cambiamento sociale, ci apre due sole strade: o lasciare che si compia il destino autodistruttuìivo della attuale società ormai giunta al termine, o iniziare a costruire la nuova società su nuove basi.
I giorni che ci aspettano saranno comunque duri e difficili, ma se sapremo avviare il futuro fin da ora sarà quella la nostra scialuppa di salvataggio durante il naufragio.

Proviamo a definire i nuovi parametri di una società possibile. Proviamo a riscrivere un nuovo contratto sociale. Che cosa porta l’individuo oggi a vedere “vantaggiosa” una relazione sociale identificabile in una comunità di individui?
Resta sempre, a mio avviso, la natura “sociale” dell’uomo e la prospettiva di una mutua assistenza che viene vista come preferibile all’autosufficienza, in quanto più sicura e stabile.
E resta sempre il lavoro l’oggetto su cui si fonda la relazione sociale. L’individuo offre parte del suo lavoro alla collettività che ricambia con la sicurezza e la stabilità frutto anch’essa del lavoro degli altri individui.
Il lavoro assume però a mio avviso un diverso significato. Non è qualcosa che l’uomo fa per ricevere compenso. Non è, in altri termini una “merce di scambio”, perchè il lavoro appartiene all’individuo che semplicemente lo “offre” alla società. Il lavoro esiste anche senza l’esistenza della società. Il lavoro è un attributo dell’individuo come la parola, il giudizio, la libertà, ...
La società non può quindi negare o determinare le condizioni del lavoro, può solo retribuirne la parte offerta, in modo certo diverso a seconda della effettiva utilità, ma deve comunque garantirne l’esercizio e la retribuzione così come deve garantire l’esercizio della libertà, della parola e del pensiero...
Ecco perchè considero elemento fondante del nuovo contratto sociale l’idea del salario garantito associato al lavoro garantito. In questa garanzia è il legame più profondo e stabile tra l’individuo e la società.
In quanto tutti gli individui sono lavoratori e tutti, in misura diversa, concorrono al benessere della comunità, emerge come il paradigma della nuova società non possa essere la competizione e come la differenza di classi non abbia senso alcuno.
Sostituiremo al concetto di competizione, come stimolo all’azione dell’individuo nella società, quello di “solidarietà” e di emulazione.
La reimpostazione del contratto sociale su questi nuovi paradigmi: lavoro come attributo dell’individuo, solidarietà ed emulazione comporta il ridisegno, in prospettiva, dell’organizzazione politica, dei modi del produrre e del consumare, dei modi del vivere e del sognare.
Proverò, un passo alla volta, ad immaginare questa politica nuova ed a indicare le vie da percorrere fin d’ora affinchè questa politica si affermi e getti le basi di una società migliore, prima che sia troppo tardi.

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giovedì 5 maggio 2011

lettera ai rappresentanti dei partiti di Falconara


Certe cose non si capiscono. Non possono essere comprese da persone di buon senso. Occorre avere una elevata dose di ipocrisia, essere inclini alla menzogna, al raggiro, al cercare i propri interessi alle spalle dell'altro, per poter accettare certe cose come verosimili.
Ciò che sta accadendo a Falconara sulla questione del rigassificatore mette in evidenza come nei partiti valgano principi e modi di essere totalmente estranei ed opposti al buon senso ed alla morale civile. E questo vale per i partiti di centro-destra come per quelli di centro-sinistra.
Partiamo dai partiti che amministrano la città. Partiti che in Regione si dichiarano decisamente contrari al rigassificatore, che a Portorecanati, dove sono al governo, hanno votato per il no al rigassificatore del Conero. A Falconara invece si dichiarano a favore. A Falconara le ragioni dell'Api vincono sulle ragioni dei cittadini  che altrove invece vengono condivise dal centro-destra. Masochismo o prostituzione dei rappresentanti di partito falconaresi sembra essere l'unico dilemma per una spiegazione razionale (ma potrebbero coesistere entrambi i motivi).
Passando poi al centro-sinistra è davvero difficile tentare di mettersi nei panni di chi, come i rappresentanti falconaresi, si dichiara apertamente contrario ai rigassificatori e partecipa attivamente assieme a cittadini e comitati alle manifestazioni in consiglio regionale, dove assiste all'indegno spettacolo dei consiglieri del loro stesso partito che si prendono gioco del popolo, di loro, e dei valori della democrazia!
Come si può, dopo quanto successo martedì in Consiglio regionale, continuare a dirsi contro i rigassificatori e "aderente" a partiti come il PD, l'IdV, i verdi, che votano unanimi per rinviare ogni decisione in sfregio alle promesse fatte ai cittadini? Come si può essere al contempo vittime e carnefici?
A questo punto occorre ribadire con forza che deve esserci un limite all'ambiguità ed all'indecenza. O si è persone oneste e di buon senso o si è persone disoneste e opportuniste. O si sta da una parte o dall'altra.
Poichè personalmente credo nell'onestà intellettuale di quei rappresentanti politici che hanno manifestato con i cittadini contro il rigassificatore, mi aspetto che queste persone affrontino la scelta che il destino gli ha posto di fronte. In altri termini mi aspetto una dichiarazione pubblica in cui avvisino i loro compagni di partito in Regione che se il 17 maggio ci sarà un voto favorevole al rigassificatore o un non-voto (che è lo stesso) sarà per loro impossibile rimanere iscritti a quel partito perchè contrario alle proprie idee ed ai propri valori.
Se questo passo non verrà compiuto chi potrà credere a un arlecchino servitore di due padroni?
Se questo passo non verrà compiuto e portato a termine con coerenza, come sarà possibile pensare ad alleanze tra i Cittadini in Comune e i partiti del Centro-sinistra a Falconara?
E allo stesso modo, se i rappresentanti dei partiti che amministrano Falconara non si rifiutano di partecipare alla vile svendita di Falconara agli interessi dell'Api, come potranno pensare ad alleanze politiche con quegli stessi cittadini che non hanno esitato a tradire?
Ma questa è soltanto una delle conseguenze in cui i rappresentanti poltici di Falconara rischiano seriamente di precipitare. Perchè l'ambiguità, il doppio gioco, la menzogna, hanno un respiro breve.
Esiste infatti un solo modo per essere al contempo vittima e carnefice, ebreo e nazista, impiccato e boia... quello appunto di essere il boia di se stessi. Ed è infatti il suicidio quello in cui stanno precipitando i partiti e il loro modo perverso di intendere e fare politica. 
Uscite da questa deriva finche siete in tempo!  
Scegliete, insieme ai cittadini, di continuare a vivere e di costruire insieme il futuro migliore che vogliamo!

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martedì 25 gennaio 2011

la vita non è un gioco












A volte sembra che gli uomini abbiano difficoltà a crescere ed a prendere sul serio le questioni che serie lo sono davvero. 
Mia moglie sostiene che è una caratteristica di noi maschi, quella di dover competere per forza anche quando non serve, e che essendo la nostra società dominata dai maschi va da se che tutto finisce per essere sempre e comunque un gioco. 
Forse ha ragione Lei. Forse una società al femminile porrebbe le questioni in modo diverso. Oppure no.. non so.
Fatto sta che spesso il "gusto" della partita, la voglia di assaporare la vittoria o la rabbia che ci da l'essere sconfitti, muovono le nostre azioni più della ragione e portano a complicare le situazioni, a renderle inutilmente e volutamente conflittuali.

Fin da piccoli, ogni nostra decisione è affidata al gioco ed alla sorte più che all'arte della concordia. "A chi tocca a me o a te?" si risponde senza esitare "testa o croce?" ed è il gioco a decidere, non noi. Uno vince e uno perde.
Ma non potrebbe essere che una volta invece ci mettiamo semplicemente d'accordo?
Allora trasferisco questa mia riflessione sulle vicende sociali, dove in ballo ci sono questioni serie come il lavoro, la salute, il futuro... è mi accorgo che il vizio del gioco è ancora presente, anzi, sembra farsi tanto più irresistibile quanto più alta è la posta.
Prendiamo ad esempio la disputa intorno alla Raffineria Api, con da una parte l'azienda e dall'altra i cittadini.
In tutti questi anni nessuno ha mai pensato di fare la cosa più semplice e ragionevole:  incontrarsi.
Pur sapendo che non esiste una antitesi a-priori dei rispettivi interessi - essendo questi assai diversi: la salute per i cittadini e l'affare economico per l'azienda - ma la contrapposizione è determinata da circostanze che li rendono inconciliabili, invece di lavorare insieme per rimuoverle nell'interesse di entrambi, parte la gara, il braccio di ferro, la partita a scacchi.  Perchè l'importante è sempre e solo vincere, non fare la cosa giusta.
Qualcuno, maliziosamente dirà: "certo, parli così perchè, da ambintalista, sai bene che i rapporti di forza ti sono sfavorevoli".  E' vero. So benissimo che la Raffineria ha la vittoria in tasca in una competizione che non può essere alla pari. Ma è la vittoria che cerca? La vittoria a qualsiasi prezzo? Anche se la vittoria campale comportasse una perdita di opportunità economiche?
Possiamo infatti escludere che da un dialogo, da una collaborazione anziche una battaglia su posizioni prestabilite, scaturiscano soluzioni anche migliori per gli interessi economici dell'azienda? No, non lo possiamo escludere, anzi è del tutto probabile che ciò accada.
Allora conviene davvero alla Raffineria portare a termine la sua partita vincente? 
Se la ragione domina sul vizio del gioco diremmo sicuramente di no e la prima cosa che farebbe un amministratore illuminato sarebbe quella di alzare il telefono e chiamare il capo dei comitati cittadini ad un incontro. Il che è esattamente quello che dovrebbe fare anche il capo dei comitati cittadini nei confronti dell'amministratore della raffineria.

Se questo non accadrà. pazienza. Assisteremo all'ennesima partita, che si concluderà con una  vittoria e una sconfitta. Una vittoria che non sarà eterna ma è destinata a finire presto. Perchè è la storia che ce lo insegna: è nella natura del gioco la vanità della vittoria. Questo fa si che siamo portati a perpetuare il gioco all'infinito, partita dopo partita, senza che ci sia mai una vittoria vera, una soluzione vera.... e alla fine, a ben pensarci, siamo tutti accomunati dalla perdita. La perdita di un'opportunità che non abbiamo saputo cogliere entrambi.

Detto tutto ciò, chi ha più senno, lo mostri.  Perchè la vita non è un gioco.

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venerdì 26 febbraio 2010

BUFFONI E DECISORI

Parlano, fanno ... e non sanno cosa. Ogni loro azione assomiglia agli esercizi di mimica facciale di un attore. Espressioni senza anima, che rimandano illusoriamente a sentimenti veri ma in realtà ne sono totalmente privi.

Così affrontano ogni cosa, gli amministratori di Falconara.
Se parlano del problema delle polveri sottili, fanno la faccia contrita e seria, e poi affermano che la causa è da ricercare "nell'inquinamento delle navi ferme al porto di Ancona", che quando non è il traffico veicolare allora è colpa degli impianti di riscaldamento. Non una parola sull'Api che ogni giorno getta nell'aria di Falconara oltre 7 tonnellate di schifezze. Brandoni arriva perfino a dire che con le nuove centrali le polveri calerebbero (quando la stessa Api nei "suoi" dati ammette che le polveri aumenterebbero sensibilemente).
Cose da ridere, cose da buffoni.
Se parlano dell'urbanistica e del Piano regolatore, fanno una faccia sorridente e iniziano a parlare del futuro con frasi da "soap opera": tutto andrà bene, lo sviluppo, gli investimenti... addirittura il recupero di villa Motedomini e della Squadra rialzo! Ci sono già check-list che definiscono gli interventi da fare.
Leggendo quegli interventi ci si accorge che non parlano di Falconara... parlano di una città qualsiasi, un elenco vuoto valido per ogni situazione. Un repertorio di circostanza per fare presa sul popolo bue...
Non c'è un'analisi sulla situazione reale, non una interpretazione sull'attuale ruolo di Falconara e delle Marche. Nessuna analisi socio-demografica. Non un cenno ai problemi ambientali e sociali... Non un riferimento ad una parvenza di procedimento democratico di scelta che coinvolga i cittadini.
Chi ha deciso sui grandi interventi infrastrutturali, sul casello a Pojole, sul by-pass? Non i falconaresi. Chi ha deciso che sono "opportune" nuove espansioni edilizie a Pojole o a Castelferretti? Non i falconaresi.
Chi lo ha deciso? - Questa amministrazione! - direte voi indignati...
Sbagliato.
Questa amministrazione è composta da buffoni di corte, e i buffoni di corte non decidono proprio nulla.

I buffoni prestano la faccia e i gesti e la voce, da attori quali sono, a chi decide davvero.
La faccia del pagliaccio fa ridere, quella del decisore fa paura.

Il decisore usa la faccia di un Brandoni per rassicurarci e, mentre noi sorridiamo, si prende quello che vuole a casa nostra.

Auguri Falconara!

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martedì 19 agosto 2008

L’importanza e il senso della pianificazione come terreno di discussione per la modifica della legge urbanistica regionale e del Piano Paesistico

La Regione Marche è in procinto di rivedere la legge urbanistica regionale ed il Piano paesistico-ambientale

I due processi di revisione sono tenuti separati sebbene non siano affatto indipendenti, ma al contrario siano strettamente correlati, soprattutto intorno alla riflessione sul senso e gli obiettivi del pianificare.

Nelle diverse opinioni che timidamente si fanno avanti rispetto alla prima stesura della legge urbanistica regionale la questione strumentale fondamentale sembra essere generalmente condivisa: la necessità di separare il livello della pianificazione da quello della gestione attraverso l’introduzione del piano strategico e del piano operativo.

Gli urbanisti, anche per bocca dell’INU, mettono l’accento sulle nuove opportunità strumentali, tecniche e giuridiche, legate alla perequazione ed alla riduzione del valore degli espropri. Soluzioni gestionali che consentirebbero di dare maggiori energie economiche agli enti locali e di incrementare e qualificare gli spazi di servizio pubblico.
Gli urbanisti quindi, anche per la richiesta pressante delle pubbliche amministrazioni che soffrono di una generalizzata difficoltà nel chiudere i bilanci annuali, pongono il massimo interesse nel piano operativo, più che sul piano strategico, come ambito entro il quale ricercare il miglioramento del governo del territorio e al contempo consentire maggiori entrate alla casse comunali.
Il piano strategico resta sempre più confinato in un ambito di decisione politica (la definizione degli obiettivi) dove gli urbanisti mostrano di non voler entrare, se non per qualche modesto stimolo all’inserimento di prassi partecipative e valutative come riflesso delle specifiche direttive europee.

Sui motivi di questo disinteresse e sull’attribuzione della responsabilità delle scelte strategiche alla mera dimensione politica occorre riflettere.

Questo atteggiamento infatti non è affatto normale o scontato, in quanto ciò che si misconosce o si tende ad eludere è proprio la competenza disciplinare dell’urbanistica nella definizione dell’assetto del territorio: dove e come espandere la città, con che logica dislocare gli spazi pubblici, le infrastrutture ed i servizi, come collocare le aree produttive. In una parola le scelte relative alla pianificazione territoriale ed all’architettura urbana sono considerate spazio decisionale della politica senza alcun riferimento ad un sapere disciplinare che ne debba verificare la validità o la coerenza.
Il misconoscimento, o per meglio dire il tradimento dell’architettura da parte degli urbanisti non deve sorprendere.
L’incarnazione in un’unica figura professionale dell’urbanista e dell’architetto era rimasta infatti una anomalia tutta italiana.
Così come la figura dell’ingegnere e dell’architetto si sono separate soltanto a partire al XIX secolo, la figura dell’architetto-urbanista è andata scomparendo in Europa a partire dal secondo dopoguerra, dove si assiste alla distinzione, già avvenuta in precedenza negli Stati Uniti, tra le figure del lanscape planner e dell’urban planner, come professionalità complementari ma distinte all’interno di gruppi di lavoro multidisciplinari che si occupano della pianificazione territoriale.
D’altra parte l’urbanistica, come disciplina che intende regolare l’uso e le possibilità edificatorie nelle aree urbane, nasce con la rivoluzione industriale per effetto del valore economico-commerciale generato dal suolo e con l’obiettivo di regolamentarne gli effetti sociali, garantendo adeguati spazi a servizio dei residenti, nell’evidenza del degrado degli slums inglesi come aspetto negativo di un liberismo incontrollato. L’urbanistica quindi vede sin dall’origine la città come un sistema le cui modificazioni sono guidate da interessi economici ed all’interno del quale vanno regolamentati i dritti privati e garantite infrastrutture di servizio utili a far funzionare al meglio il sistema stesso. C’è molto di giurisprudenza, economia, sociologia, ingegneria nell’orizzonte dell’urbanistica, ma ben poco di architettura e di paesaggio.
Tuttavia in un primo momento gli architetti hanno accolto l’urbanistica come nuova chiave di lettura di un mutazione profonda che ha coinvolto il territorio e la città con l’affermazione dell’economia di mercato, della borghesia al potere e dell’avvento della democrazia liberale. Ma il senso dell’urbanisme di Le Corbusier è ben diverso da quello che ha assunto rapidamente la pianificazione urbanistica nelle città occidentali e gli architetti, già con la Carta di Atene e nei primi decenni del secondo dopoguerra hanno dovuto prendere atto di una lontananza dell’urbanistica dall’architettura, sul piano culturale, etico ed estetico e in un certo senso anche politico.

In Italia invece, anche per effetto della presenza di una forte cultura della città insita nell’architettura, avvalorata da maestri quali Quaroni, Aldo Rossi, Muratori, Gregotti, Piccinato, De Carlo, i landscape planners e gli urban planners sono rimasti uniti nella figura dell’architetto-urbanista.
La ricerca di una “forma” della città si poggiava anche su una forte spinta verso un controllo pubblico delle grandi espansioni residenziali e produttive, attraverso i piani PEEP e PIP che si avvalevano della diffusa pratica dell’esproprio.
La progressiva affermazione dell’iniziativa privata su quella pubblica ha spostato però l’interesse dalla scelta circa la migliore localizzazione delle aree di espansione ai modi per controllare che le scelte e le individuazioni proposte dai privati fossero coerenti con l’assetto della città .
Ciò mentre l’assetto della città, l’idea stessa di forma urbana, veniva messa in discussione a partire dal piano per Palermo di Samonà, agli studi sui processi di dispersione urbana nel territorio.
L’effetto combinato di queste due situazioni, forse non casualmente contemporanee, ha soffocato sul nascere la ricerca disciplinare relativa alle nuove configurazioni urbane e territoriali ed ha concentrato l’ interesse solo sugli aspetti normativo-amministrtivi propri dell’urbanistica.
Possiamo dire che dopo la generazione dei Secchi, dei Nigro, dei Salzano, gli urbanisti hanno smesso di avere a che far con l’architettura e si sono preoccupati soltanto degli aspetti normativo-procedurali e tecnico-economici utili al governo della città e del territorio.

Nella stagione dell’urbanistica negoziata e degli accordi pubblico-privato la scelta sul dove e come costruire nasce ormai esclusivamente dall’iniziativa privata, rispetto alla quale l’avvallo o il diniego da parte dell’amministrazione pubblica, sempre più debole, è un fatto meramente politico.
Gli urbanisti non contestano questa deriva immobiliarista del processo di costruzione (se si può ancora chiamare costruzione) della città, anzi sembrano impegnarsi a trovare nuovi strumenti per far si che questo processo sedimenti e permetta una gestione efficiente del sistema.
D’altra parte sul piano professionale ormai la quasi totalità degli urbanisti sono dipendenti pubblici o professionisti di fiducia dei gestori politici degli enti locali che mai potrebbero o vorrebbero mettere in discussione le scelte operate dai politici dai quali, in un modo o nell’altro, dipendono.
Le università italiane, dal canto loro, non si sono mai caratterizzate per la volontà di rivendicare l’autonomia della ricerca rispetto alle direzioni poste dalla politica e si sono rapidamente adeguate smettendo quasi del tutto di sviluppare analisi e ipotesi inerenti i processi di trasformazione del territorio.
Non mancano neanche gli alfieri, sotto il profilo culturale, di questa stagione dello smembramento urbano. L’idea della città per frammenti teorizzata da Bohigas è il nuovo vangelo di quegli urbanisti-architetti che hanno bisogno di argomentazioni teoriche a supporto del loro operare in modo da non sentirsi in contraddizione con i loro titolo di architetti, ma semplicemente appartenenti ad una diversa (e nuova) scuola di pensiero.
I frammenti, con cui si costruisce la città senza porsi il problema di inserirli in un disegno globale, corrispondono alle possibili operazioni economico-immobiliari od alle macro-lottizzazioni. Gli ambiti cioè su cui si concentrano gli interessi immobiliari.
Sono questi semplici, cinici impulsi che disegnano la città, verso un assetto futuro non immaginato e non immaginabile, non progettato e non progettabile, carico di mistero e fatalismo.

Una città senza architettura, come dire: una montagna senza altezza, o un mare senza acqua.
La città non può non avere forma in quanto esite fisicamente come spazio costruito. Certo non è la forma geometrica della città murata o la trama ordinata delle città coloniali. E’ un'altra forma, complessa e fatta di nuovi segni e da nuove regola di composizione, ma non si può sostenere che non abbia forma.
Ne “le città invisibili” di Italo Calvino, Marco Polo riponde al Kublai Khan che gli chiede quale sia la cittàdel futuro: “Se ti dico che la città cui tende il mo viaggio è discontinua nello spazio e nel tempo, ora più rada ora più densa, tu non devi credere che si possa smettere di cercarla”.
Ma se la città senza architettura, la città degli urbanisti, è un non-senso, allora la distinzione tra l’urbanistica e l’architettura del territorio è finalmente un chiarimento, che ci riavvicina alla realtà europea.

La differenza tra la realtà Italiana e quella Europea, infatti, è oggi ancora sostanziale, perché se in Europa i landscape planners continuano a studiare e progettare le città per conto di pubbliche amministrazioni che non hanno mai delegato ai privati tale responsabilità e non hanno mai preteso che l’aspetto decisionale fosse a totale discrezione del politico incompetente, in Italia gli architetti sono stati messi da parte. I decisori politici si accordano con i propositori privati e gli urbanisti trascrivono le decisioni in piani regolatori muti – poco più che zonizzazioni - che si dedicano essenzialmente agli aspetti gestionali di natura giuridica e amministrativa.
Non è un caso che In Europa l’accordo con i privati investitori sia guidato dall’iniziativa pubblica attraverso Società di trasformazione urbana che assicura ai privati un ruolo economico indipendentemente dal dove e dal cosa prevedrà il Piano, la cui costruzione è esclusiva competenza degli architetti e delle amministrazioni che usano lo strumento dell’esproprio, coperto con gli investimenti dei privati partecipanti nella società di trasformazione.
In Italia le STU non sono mai decollate e i piani vanno avanti alla “Caltagirone” (l’imprenditore che ha fortemente orientato il disegno della Roma del futuro), dove i privati opzionano aree agricole per poi proporle come edificabili ad amministratori politici che le accolgono valutandone i vantaggi nell’interesse pubblico, quasi sempre monetizzazioni per fare cassa, nella più totale assenza di un disegno di assetto della città.


Allora la posta in gioco di fronte ala variante alla Legge Urbanistica regionale ed al PEAR è il senso stesso della pianificazione. La scelta è se le Marche vogliono assomigliare all’Europa o a Roma, se si vuole mantenere la potestà pubblica sul governo reale dei processi di trasformazione delle città e del territorio o si vuole affidarle ai Caltagirone, alle Quadrilatero, ai pool di imprese che mantengono un mercato dell’edilizia drogato dove è praticamente impossibile fare una reale politica per la casa e dove il dispendio di risorse per il malfunzionamento di città deformi è una delle vere ragioni dell’attuale crisi economica italiana.

Vero è che la discussione sulla necessità di ridare senso alla pianificazione non investe soltanto l’urbanistica, ma l’intera società italiana.
La delega ai privati nella gestione della cosa pubblica avviene in tutti i settori in cui sarebbe necessario pianificare e nei quali invece le scelte vengono prese di volta in volta, come conviene all’interesse dei privati. Nella gestione del ciclo integrato delle acque chi decide la politica di governo della risorsa idrica sono le società di servizi, che lo fanno con la logica di profitto nella erogazione del servizio, e di fronte all’emergenza idrica nessuno si preoccupa delle conseguenze di un ipersfruttamento delle risorse, così come le aziende private petrolchimiche a cui è demandata di fatto la politica energetica continuano ad orientare gli investimenti pubblici sui combustibili fossili facendo grandi affari senza preoccuparsi di certo delle conseguenze che la società dovrà affrontare per non aver investito in tempo sulle energie alternative.
E’ evidente quindi che la questione attorno alla pianificazione non può risolversi soltanto in un richiamo alla competenza ed alle buone prassi, ma è una questione culturale e politica.


L’urbanistica “accetta” questo sistema di cose laddove invece l’architettura ne incarna la “negazione”. L’urbanistica non può far altro che partecipare alla costruzione di quella che il Kublai Khan, nel libro di Calvino, definisce la città infernale, rispetto alla quale Marco Polo espone il suo punto di vista: “ L’inferno dei viventi non è qualcosa che sarà: se ce n’è uno, è quello che è già qui, l’inferno che abitiamo tutti i giorni, che formiamo stando insieme. Due modi ci sono per non soffrirne. Il primo riesce facile a molti: accettare l’inferno e diventarne parte al punto di non vederlo più. Il secondo è rischioso ed esige attenzione e apprendimento continui: cercare e saper riconoscere chi e cosa, in mezzo all’inferno, non è inferno, e farlo durare, e dargli spazio.”
Potremmo concludere che il primo modo è quello scelto dall’urbanistica, il secondo dovrebbe essere quello proprio dell’architettura.




Tornando alla prevista modifica della legge urbanistica regionale, l’aspetto fondamentale su cui riflettere è allora il ruolo ed il contenuto del piano strategico.
Nella visione degli urbanisti, i quali non riconoscono l’esistenza di una forma della città e del territorio e quindi non se ne occupano, il piano strategico non può che configurarsi come una enunciazione di obiettivi politici.
Questa è l’interpretazione che si evidenzia nella bozza di legge urbanistica regionale, la cui redazione è stata demandata ovviamente solo agli urbanisti.
Se una tale interpretazione fosse confermata nel testo finale della legge, dobbiamo aspettarci che la attuale situazione non cambi affatto, anzi, probabilmente si affermerà una sempre maggiore discrezionalità politico-imprenditoriale nella gestione del territorio, laddove il piano operativo permetterà ai Sindaci di azzonare il territorio a loro piacimento, senza nessuna verifica di carattere qualitativo.
Ma se riconosciamo che accanto all’urbanistica esiste una competenza disciplinare che è quella dell’architettura del territorio e del paesaggio, riconoscendo con essa l’esistenza di una forma del territorio e del paesaggio, il piano strategico diviene chiaramente l’ambito della pianificazione-progettazione del territorio e della cura del paesaggio.
In questo modo il piano strategico assume “spessore” ed importanza - appunto – strategica, perché diventa il momento in cui si attua il riconoscimento collettivo dei valori del territorio, attraverso la prassi partecipativa, e si valutano le opzioni di evoluzione dell’assetto territoriale in modo da definire un progetto condiviso di territorio e di città.
La costruzione del territorio viene così ad essere ispirata alle esigenze ed alle aspirazioni di una società civile e non un processo governato dalla somma degli interessi imprenditoriali.
Ciò che chiamiamo paesaggio torna così ad essere semplicemente la manifestazione fisica di quella costruzione e di quella società. Il termine “torna” vuole evidenziare come il concetto di paesaggio, finito impropriamente nelle mani degli urbanisti, sia stato negli ultimi anni oggetto di intollerabili sevizie e mistificazioni.

Il fondamentale emendamento che occorre quindi introdurre nella nuova legge urbanistica regionale è la definizione del piano strategico come piano-progetto che si esprime attraverso analisi ed elaborati grafici propri della disciplina dell’architettura e di competenza di un gruppo tecnico multidisciplinare guidato da architetti esperti in territorio e paesaggio, mentre il piano operativo è gestito dagli urbanisti con l’ausilio di esperti in materia giuridico-amministrativa ed economico-finanziaria.




Abbiamo accennato al legame tra il progetto di territorio (piano strategico) ed il paesaggio come manifestazione di quel progetto, ma occorre approfondire questo argomento perché il chiarimento di questo legame mette in evidenza la necessità di non dividere la revisione della legge urbanistica dalla ridefinizione del Piano Paesistico Ambientale Regionale.


La struttura della disciplina urbanistica regionale ha generato un complesso di strumenti di pianificazione che appare tanto ridondante quanto di difficile gestione, soprattutto dopo che la richiesta di “flessibilità” degli strumenti di pianificazione da parte dell’imprenditoria e della politica è stata tradotta dagli urbanisti in piani di “indirizzo”, sempre più privi cioè di cogenza normativa e di contenuti progettuali definiti.
Il Piano di Inquadramento Territoriale (PIT) individua le linee strategiche essenziali dello sviluppo del territorio, ma è nei fatti continuamente corretto e superato dalle mutevoli esigenze di un assetto socio-economico sempre più instabile e dipendente da fattori esterni, esigenze alle quali si risponde attraverso le intese Stato-Regioni.
Ne consegue che i Piani Territoriali di Coordinamento (PTC), di livello provinciale, finiscono per dover assumere una grande flessibilità in merito a scenari, soprattutto infrastrutturali, che possono mutare da un momento all’altro per effetto delle intese Stato-Regioni.
La ricerca di coerenza tra i diversi Piani Regolatore Comunale e gli strumenti di pianificazione sovraordinate si riduce quindi ad un sistema di indirizzi e direttive, facilmente eludibili proprio in quanto non impositivo, e da un apparato normativo estremamente generico e interpretabile.

Un’altra serie di Piani si definiscono, più o meno volontariamente, per la loro natura di vincolo al possibile uso del territorio. In questo insieme si collocano il Piano Paesistico Ambientale, il Piano di Assetto Idrogeologico, i Piani delle aree speciali (parchi nazionali e regionali, riserve,…).
Sebbene il PPAR non si proponga come Piano vincolistico, richiedendo una lettura analitica del territorio e consentendo margini di autonomia nella trasposizione dei valori riconosciuti in apparati normativi, la concezione del paesaggio che sottintende è culturalmente vincolistica.

La suddivisione del paesaggio – concetto per sua natura olistico – in “categorie” ed in “classi di valore”, così come l’identificazione delle “emergenze” come ambiti territorialmente definiti nei quali il paesaggio assume valore, sottintende l’idea del paesaggio come una realtà discontinua e separabile, potenzialmente compromissibile da processi di trasformazione ad esso incoerenti (ma tuttavia non messi in discussione) e quindi da tutelare laddove se ne riconosce il valore di “risorsa”, e cioè di una bene la cui perdita sarebbe grave ed irreparabile (sotto l’aspetto naturalistico, ambientale, storico-culturale).

Questa idea di paesaggio genera una serie di ambiti territoriali sottoposti a vincolo che alla stregua dei parchi naturali, appaiono come “oasi” in cui conservare quella ricchezza di valori depositati nel disegno del territorio di fronte ad un processo di sviluppo “naturalmente” indifferente, omologante e desertificante.

Esiste tuttavia da anni un vasto dibattito culturale che ha messo in discussione questa visione del paesaggio come museo o parco distinguibile territorialmente attraverso linee di confine e necessariamente alternativo ai processi di trasformazione propri delle aree urbane.
Senza entrare troppo in profondità in un ambito di discussione variegato e complesso, come quello attorno al significato del paesaggio, è sufficiente delineare due concetti che portano a considerare la visone del paesaggio propria del PPAR fuorviante e impropria.

Il primo concetto è che il paesaggio è la manifestazione sincera della realtà visibile, la quale senza dubbio si carica anche di aspetti soggettivi propri dell’osservatore, ma che tuttavia non tollera mistificazioni. Diciamo che il paesaggio si coniuga necessariamente al presente, per evidenziare il non senso dell’idea di poter “conservare” il paesaggio, in quanto questo presupporrebbe la conservazione del modo di vivere, abitare, lavorare degli stessi abitanti in una sorta di grottesco “presepe vivente”. All’idea di “conservare” il paesaggio occorre quindi sostituire quella di “rispettare” il paesaggio, che sottintende la necessità di comprenderne le caratteristiche di averne cura e di intervenire, anche innovando, con coerenza.
Il paesaggio è comunque un risultato delle nostre azioni, una conseguenza che si manifesta per ciò che è, offrendosi alla nostra analisi ed al nostro giudizio. In altri termini è improprio pensare che si possa progettare il paesaggio, ma è giusto dire che si può progettare tenendo conto del paesaggio, e questo tener conto può essere dovuto a ragioni di necessità (come per i mezzadri che hanno costruito il paesaggio agrario marchigiano) od alla capacità di comprensione del contesto in cui si colloca un progetto (come per il progettista, ad esempio, del teatro di Taormina).

Il secondo è che il paesaggio non è dato solo dall’insieme degli elementi che lo compongono ma anche e soprattutto dal modo con cui questi elementi sono disposti ed entrano in relazione tra loro, e questo modo si esplica nello spazio (forme) e nel tempo (evoluzione). Pertanto, se è vero che possiamo riconoscere delle parti dove questi sistemi di relazione sono più ricchi e più articolati rispetto ad altri, è improprio, se non in rarissimi casi, delimitare queste parti entro confini precisi.
Dove finisce, ad esempio, nel paesaggio della valle del Chienti l’ambito fluviale da quello urbano o da quello agrario? Possiamo davvero definire l’ambito fluviale indipendentemente dalla presenza degli insediamenti e delle aree agricole? Sarebbe ancora quel fiume, o la trasposizione ciò che noi generalmente pensiamo debba essere un fiume? Ogni limite apparirebbe solo funzionale a delimitare ciò che possiamo fare o non fare in un determinato ambito; ma questa, per l’appunto, è già urbanistica e non più paesaggio.

La frammentazione della lettura del paesaggio non è soltanto un errore analitico ma porta inevitabilmente alla costruzione di un paesaggio frammentato.
Se osserviamo la foro aerea di una vallata marchigiana vediamo come le zonizzazioni urbanistiche divengono sempre più paesaggio a zone: aree industriali,oasi naturalistiche, zone residenziali, enclaves agricole in attesa di trasformazione, centri storici, servizi intermodali. Non c’è traccia di una qualche continuità o relazione tra queste zone, tra loro indifferenti.
Ciò non è che la riprova dell’assurdità dell’idea che la città non abbia forma. La città, nella sua dimensione territoriale, assume la forma della zonizzazione urbanistica e genera un particolare paesaggio. Il problema è la qualità di quella forma e di quel paesaggio che, per parafrasare Calvino, chiameremo della città infernale.

La Convenzione europea del paesaggio, assunta dagli urbanisti come il punto riferimento di ogni discussione attorno al paesaggio, appare in realtà un ammirevole tentativo di sintesi tra la visone strumentale del paesaggio, cara agli urbanisti, e le nuove riflessioni disciplinari sul suo carattere olistico e relazionale.
Un tentativo riuscito a mio avviso solo in parte, in quanto i nuovi contenuti culturali non trovano adeguato e chiaro riscontro nei contenuti strumenti proposti dalla convenzione.
La tripartizione tra paesaggi dell’eccellenza, paesaggi ordinari e paesaggi degradati offre una distinzione della quale non viene fornita la scala, finendo così per essere interpretata dagli urbanisti ancora una volta come una divisone in zone urbanistiche.
Sarebbe invece plausibile anche una lettura più ampia e coerente con la dimensione europea della convenzione. Vale a dire che la scala di riferimento per distinguere i tre tipi di paesaggio potrebbe essere anche grosso modo quella regionale o interregionale, atta a caratterizzare, ad esempio la dimensione della città diffusa della pianura veneta dal paesaggio rurale marchigiano. Dimensioni quindi comprensive delle particolari relazioni tra insediamenti diffusi,città, aree agricole, aree produttive, che possono essere giudicate complessivamente come paesaggio ordinario (la città diffusa veneta) e come paesaggio di eccellenza (il territorio marchigiano).
Questa lettura consentirebbe di fare del Piano Paesistico Regionale un Piano diverso e, in sintesi, il vero Piano. Lo strumento che, partendo da una conoscenza approfondita del territorio, definisce progettualmente i modi affinché il progetto di trasformazione del territorio sia coerente con il paesaggio di eccellenza marchigiano, valorizzandone i caratteri, curando particolarmente le relazioni tra spazio urbano e spazio rurale, la riconoscibilità della trama insediativa diffusa e delle identità locali, l’assetto insediativo ed infrastrutturale che comporta minori consumi di suolo, di energia e di acqua, ecc…, che favorisca le connessioni ecologiche territoriali, che restituisca valore ai centri storici,….

In questo modo il Piano strategico, specie se riferito ad ambiti intercomunali, diviene lo strumento di pianificazione che esplicita progettualmente i contenuti del PPAR, sotto il controllo ed il supporto delle strutture provinciali, con o senza la definizione di un PTC che , in fondo, potrebbe essere anche sostituito con un laboratorio di pianificazione ed elaborazione dati a continuo servizio delle autonomie locali e della stessa programmazione provinciale.

Riuscire a far valere questa interpretazione del concetto di paesaggio e questa fisionomia del Piano Paesistico Ambientale Regionale, accanto al riconoscimento del Piano strategico come vero e proprio progetto del territorio, può consentire di fare un deciso passo avanti verso una politica territoriale qualificata ed in linea con le più avanzate realtà europee.
In caso contrario ogni tentativo di puntualizzazione, di calibratura , dei documenti in discussione, non riusciranno a modificare l’avanzata della città infernale, poiché, come constata il Kublai Khan di Calvino “è là in fondo che, in una spirale sempre più stretta, ci risucchia la corrente”.
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Carlo Brunelli

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lunedì 21 luglio 2008

i fantasmi del castello

In questa calda estate, piena di malcelata inquietudine, l'unica cosa ferma e fredda come il marmo sembra essere la sensazione che nulla è cambiato nella politica di governo di Falconara.
E certamente l'unica novità dello scenario politico non è data dall'avvento al potere del centrodestra ma dalla presenza della lista dei Cittadini in Comune.
Quando ho dato le dimissioni da consigliere dopo solo due mesi dall'entrata in carica rispettando l'impegno preso con gli elettori che avremmo da subito avviato la "turnazione" nella poltrona di consigliere riservata alla lista dei cittadini, i più non hanno capito...
Poi il nuovo consigliere, Loris Calcina, ha preso la parola con decisione ed autorevolezza, continuando a fare politica nel modo concreto ed appassionato con cui avevo cercato di identificare la mia stessa presenza nei primi tre consigli comunali.
Allora alcuni hanno iniziato a capire... stanno iniziando a capire che non è più la politica di Brunelli, nè la politica di Calcina, ma è il modo di intendere la politica dei cittadini che si sta manifestando! Ed è una politica diversa, che guarda agli interessi della città e non a quelli del partito! Una politica che tiene fede al Patto Civico stabilito con gli elettori sotto forma di programma elettorale, quel programma che la politica dei partiti si permette di tradire non appena conquistato il potere.
Cittadini che vogliono capire, parlare e decidere. Cittadini che organizzano collette per finanziare il ricorso al TAR contro la vergogna della variante di Castelferretti, la stessa Variante che invece unisce ed accomuna tutti gli altri consiglieri, del Pd o del Pdl, legati al vecchio modo di fare politica: quello che strizza l'occhio al potere e se ne sbatte dell'opinione dei cittadini!
Il sindaco Brandoni appare giorno dopo giorno, sul piano politico si intende e non personale, il nuovo Recanatini.
Come Recanatini inizia a lamantarsi continuamente della situazione economica, ma non la rende pubblica fino in fondo. Come Recanatini si circonda di consulenti, perfino un consulente al project financing che dovrebbe suggerire le operazioni urbanistiche da fare (ma non è compito di chi governa?) che assomiglia tantissimo alla Unità Progetti Speciali che Recanatini affidò a Durpetti.
Come Recanatini ha imparato perfino a mentire, assicurando prima alla Lista dei Cittadini la convocazione di un Consiglio Comunale Aperto sulla questione del by-pass per poi accordarsi con il PD per un consiglio interistituzionale dove ai cittadini non è concesso di parlare!
PdL e PD giocano a fare la destra e la sinistra in consiglio, ma poi sono uniti a favore del by-pass, che fa gli interessi dell'Api, uniti contro gli interessi dei cittadini di Fiumesino, di Villanova e di tutta Falconara; interessi che si chiamano salute, territorio, futuro sostenibile, dignità, libertà.
Ma Brandoni sa, e i falconaresi sanno, che c'è un altro aspetto che ormai lo accomuna a Recanatini ed al suo destino: quello della perdita di credibilità. Recanatini ha perso - il centrosinistra ha perso - perchè qualcuno ha mostrato il vero volto della sua politica, fatta di ipocrisie, di menzogne, di interessi di partito. La gente ha potuto vedere ed ha giudicato.
Anche oggi, sempre grazie ai Cittadini in Comune, la gente ha potuto vedere e sta giudicando: sula variante di Castelferretti, sull'Api, sul by-pass.
Brandoni e il centrodestra sono saliti al governo di Falconara per una differenza di 150 voti. Un consenso dato da molti più per sfiducia verso il centrosinistra che per una adesione ideale con le ragioni del centrodestra. Un consenso basato sulla speranza di un cambiamento nel modo di fare politica, un modo giudicato lontano dala gente, succube degli interessi delle segreterie di partito.
A tutti ora è evidente che questo cambiamento non c'è stato e non ci sarà.
L'imbarazzo dei cittadini di fronte al politburo dell'amministrazione comunale, nell'assemblea-farsa di Castelferretti sulla vergognosa variante, aveva giù il sapore di una profonda disillusione.
Quel consenso che gli ha permesso di vincere le elezioni Brandoni non ce l'ha più.
Governerà ancora, come fece Recanatini, aggrappato per mesi al suo premio di maggioranza, ma senza il consenso dei cittadini.
Un governo autoreferenziale, trincerato dietro le possenti mura del castello, come sempre nella recente storia politica falconarese.
Questo governo è un morto che cammina e il castello continua ad essere abitato dai soliti fantasmi.
L'unica speranza è che arrivino i cittadini, con le torce, a cacciarli via, una volta per tutte...
Ghostbusters!

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lunedì 23 giugno 2008

Io so

"Io so i nomi dei responsabili (…)
Io so. Ma non ho le prove. Non ho nemmeno indizi.
Io so perché sono un intellettuale, uno scrittore, che cerca di seguire tutto ciò che succede, di conoscere tutto ciò che se ne scrive, di immaginare tutto ciò che non si sa o che si tace; che coordina fatti anche lontani, che rimette insieme i pezzi disorganizzati e frammentari di un intero coerente quadro politico, che ristabilisce la logica là dove sembrano regnare l'arbitrarietà la follia e il mistero."
Pier Paolo Pasolini, 14 novembre 1974

Così scriveva Pasolini in merito ai fatti oscuri della politica italiana negli anni delle stragi, della P2, della mafia.
Parole nelle quali oggi, mio malgrado, mi identifico.
E si, perchè la politica italiana, quella romana o quella di un piccolo paese come Falconara, non cambia. Resta immutabile la separazione tra gestione del potere e promesse elettorali. Resta immutabile la dipendenza della politica dalle lobbies economico-finanziarie per favorire le quali i partiti sono disposti a tradire l'elettorato, a occultare la verità, a mentire.
Quel "male italiano" che denunciava Indro Montanelli, per cui la cultura politica italiana non è mai uscita dalle "corti dei signori e dei principi", non è mai diventata veramente popolare.
I partiti una volta giunti al potere si mettono TUTTI al servizio di chi il potere ce l'ha davvero e lo esercita sistematicamente a suo vantaggio e contro gli interessi del popolo.

A Falconara l'asservimento dei partiti si manifesta nella politica urbanistica, dove dominano gli interessi speculativi, nella politica ambientale, dove la salute pubblica è sacrificata sull'altare dei padroni della chimica e del petrolio.
Il commissario straordinario si è preso la briga di chiudere il bilancio preventivo 2008 con tre operazioni, una più sporca dell'altra: la quadrilatero, la variante urbanistica di Castelferretti, la vendita delle farmacie.

La Variante di Castelferretti è stata costruita con l'evidente appoggio del PD, ovvero della forza che "doveva" vincere le elezioni e che "gestiva" il comune commissariato attarverso direttori e dirigenti nominati sotto l'amministrazione Recanatini.
Il PdL e l'Udc, che ha soprpesa hanno vinto le elezioni, si erano sempre dichiarati fermanente contrari alla variante. Ma dopo un paio di mesi, preso il potere, ecco che tentennano. Ecco che respingono la mozione della lista Cittadini in Comune per la revoca delle varianti urbanistiche del Commissario.
Per contro, il PD vota a favore, mostrando tutta l'ipocrisia che lo contraddistingue ed un pizzico di invidia. Già perchè la mano amorevole del padrone non accarezza più la loro testolina ma quella del PdL.
Ebbene "io so, i nomi dei responsabili", i nomi di chi, col governo di "sinistra" o con quello di "destra" gestisce veramente le sorti di Falconara stando nell'ombra. Io so il nome dei mandanti e quello degli esecutori, volontari lacchè di coloro a cui basta schioccare le dita o far frusciare un mazzo di banconote per vedere schiere di servi pronti ad immolarsi come pasdaran pur di avere un premio dai loro signori (quelli che ci sanno fare).

"io so" , so i nomi, so di interessamenti della massoneria jesina per acquistare le farmacie comunali. Quelle farmacie che dovrebbero essere votate al servizio dei cittadini e non del profitto, che dovrebbero funzionare da primo presidio per la salute pubblica. Quelle farmacie che invece stanno per essere vendute sottobanco, con una trattativa privata, come se fossero un proprietà dei partiti di governo e non un bene pubblico, rispetto al quale la potestà decisionale spetta ai cittadini contribuenti.

"io so" e vedo questa città sbranata, morso dopo morso, da belve che da lontano hanno annusato il sangue di una città ferita e arrivano da Jesi, da Ancona, da Senigallia, da Fabriano, da Roma per contendersi la carcassa della vittima predestinata. E i nostri politici appaiono come camerieri solerti nel grande banchetto.

"io so" ma non posso dire la verità, perchè sarei accusato dalla giustizia per diffamazione contro coloro che, in verità, fanno della menzogna il loro mestiere, nell'indifferenza di un popolo di telespettatori.
"io so" e non posso fare a meno di guardare, di pensare, di caprire...
ma sono così stanco...

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venerdì 13 giugno 2008

Democrazia cortigiana

Intrighi e segreti. Il sistema democratico italiano è sempre stato caratterizzato dalle vicende "di palazzo" e sembra sempre più assomigliare ad una soap-opera o ad un serial tv come il grande fratello, dove nello stesso ambiente, gli stessi scialbi personaggi passano il tempo a spiarsi, a tramare e fare pettegolezzi.
Anche i salotti nobiliari del '700 erano qaulcosa di inaccessibile al popolo, cui era riservato di vedere solo l'apparenza cerimoniosa del mondo cortigiano.
Oggi i rappresentanti della democrazia italiana (ma forse non solo oggi) si comportano come quelle corti di nobili inetti e non vogliono che trapelino, attraverso le intercettazioni telefoniche, le conversazioni di Berlusconi sulle ballerine da assumere alla RAI o i "facci sognare" di D'Alema al suo fido Consorte.
Pdl e PD sono anche qui accomunati nel voler impedire che qualcuno sappia cosa si dicono i potenti, che si capisca in qualche modo che cosa fanno, con chi, e per quali fini. Loro, che dovrebbero rendere conto a noi elettori di ogni intenzione, di ogni pensiero e di ogni gesto.

Sappiamo però che fine hanno fatto le corti nobiliari quando i borghesi hanno mangiato la foglia, e se fossi nei panni dell'attuale classe politica comincerei a sentire un preoccupante prurito al collo.

E' pur vero però che oggi a controllare gli intrighi della Casta dei potenti non sono i rappresentanti del popolo nè tanto meno i giornalisti che vogliono conoscere la verità. Ma sono rappresentanti di altri poteri, più o meno occulti: i magistrati, i padroni della telefonia, come Tronchetti Provera. Personaggi che non hanno certo intenti libertari o rivoluzionari, ma che acquisiscono infrmazioni da usare per esercitare una loro sfera di potere.

Non ce la vedo proprio Afef a gridare davanti alla Bastiglia in mezzo alla povera gente affamata e inferocita, ed anzi, pure lei forse ha il dubbio di essere spiata dal facoltoso marito e concorda con Berlusconi sull'opportunità di vietare le intercettazioni telefoniche... chissa?

Personalmente non mi importa nulla se qualcuno ascolta le mie conversazioni telefoniche. Anzi sono tentato di fare come quel carissimo amico dei Comitati che, sicuro di avere il telefono sotto controllo, ogni tanto si ricorda di salutare gli spioni e sollevare il loro morale con qualche battuta . E si perchè, al di là di tutto, il loro deve essere proprio un lavoro di merda... Ma pure loro, a ben vedere, non sono che comparse in questa interminabile rappresentazione della commedia dell'arte, messa in scena, sempre uguale, per noi spettatori ormai addormentati sulle nostre poltroncine numerate.

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lunedì 2 giugno 2008

ci sarà mai un Sindaco a Falconara?

Per conto nostro l'avevamo promesso, e l'avremmo fatto di sicuro.
Avevamo detto che il Sindaco, non appena eletto, sarebbe dovuto andare in Regione a pretendere ciò che spetta a Falconara. Senza se e senza ma.

Pretendere la convocazione della conferenza Stato-Regione per stabilire l'entità delle accise petrolifere da destinare al bilancio comunale, secondo quanto stabilito dalla finanziaria 2001. Pretendere il riconoscimento del ruolo di servizio svolto da decenni da Falconara, con un risarcimento annuale di almeno 5 milioni di euro.
Ma se poi la Regione si rifiuta? Come si domandavano maliziosamente gli esponenti del PD in campagna elettorale?
In quel caso il Sindaco deve fare semplicemente il Sindaco.
Cioè prendere atto, ad esempio, che a Falconara le polveri sottili hanno già superato per più di tre volte i limiti annuali di legge e che quindi c'è una inequivocabile emergenza salute. Deve agire quindi per la tutela primaria della salute pubblica fermando l'accesso a Falconara delle auto provenienti dall'esterno, e se non basta, come fece Carletti, ordinare la riduzione delle lavorazioni in raffineria e il numero dei voli dell'aeroporto.
Ma questo è un ricatto, insorgerà qualcuno!
Ma come chiamare allora il silenzio di fronte alla messa a rischio della salute dei cittadini? perchè mai, mi chiedo, dovremmo accettare muti una situazione illegale? Dovremo forse aspettare di ridurci come a Napoli per poi scandalizzarci, dopo decenni di omertà, quando la verità irrompe in maniera incontenibile? Dovremmo aspettare di vedere i morti in strada? Non basta averli tra gli amici e in casa nostra? perchè lo sappiamo bene noi falconaresi quanti casi di tumore al polmone o al seno, quante bronchiti croniche e allergie colpiscono la gente di qui. Lo sanno i medici, lo sa l'ASUR e l'ARPAM.
Ma un Sindaco che sia un Sindaco non può tacere e allargare le braccia, deve fare qualcosa.
Ora Brandoni ha visto che la situazione del bilancio falconarese è più grave di quanto potesse immaginare. Ora Brandoni ha ormai capito che, come dicevamo mesi fa, da sola Falconara non ce la potrà mai fare. Ha anche capito, perchè è un politico, che questa situazione giova a chi vuole perpetuare il saccheggio del territorio, a chi vuole farci digerire a forza ogni genere di porcheria (a proposito di ricatti!!).

Ora Brandoni deve scegliere. O piangersi addosso e dire "che posso fare?" mettendosi carponi di fronte a chi da sempre ha umiliato Falconara, aggiungendo il suo nome ai tanti sindaci-fantoccio che lo hanno preceduto. Oppure può fare veramente il Sindaco dei falconaresi e guidare la giusta rivendicazione popolare contro la Regione, in testa ai cittadini, con la fascia tricolore.
Io aspetto, e ingenuamente un pò ci spero... ma intanto i giorni passano, nel solito sordo silenzio.


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LA FRASE DEL GIORNO giovedì 5 giugno 2008


L'api vuole ripagare Falconara per l'assenso alle due nuove centrali con un intervento di "polmonizzazione" del territorio.

Personalmente mi sento molto toccato da questo termine... già perche mi ricorda il lobo polmonare che non ho più. Carcinoide tipico, è stata la diagnosi. Non maligno, per mia fortuna, ma molto invasivo e tendente col tempo a degenerare. Unica soluzione, l'eliminazione del lobo polmonare medio e la rigiunzione del superiore e dell'inferiore.
La causa? Si escudono le sigarette (anche perchè
avevo da anni smesso di fumare) mentre il maggiore sospettato, a detta dei medici, è l'inquinamento atmosferico.
Quindi da parte mia ho già subito gli effetti della "polmonizzazione" dell'Api,e mi è bastato. Altri, colpiti come me, non ne possono più parlare perchè sono andati direttamente all'altro mondo. Altri ancora sopportano asme e bronchiti croniche nel silenzio della sanità pubblica.
Avanti il prossimo!, potreste essere voi, o vostro figlio, ad essere "polmonizzati".
Ma il bilancio comunale sarà risanato, la tavola di nuovo imbandita. E già perchè... dovete sapere che i politicanti stanno diventando nervosi. Hanno fame.

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martedì 20 maggio 2008

smemorati o egoisti ?

A Falconara, come a livello nazionale, il problema sicurezza sembra essere quello più sentito dalla gente. E il problema sicurezza è associato sempre al fenomeno dell'immigrazione e della clandestinità.
Come al solito però, a chi è abituato a guardarsi intorno ed a riflettere prima di unirsi al coro dei giudizi, le cose appaiono un pò diverse.

L'Italia ha una presenza di immigrati di gran lunga inferiore a quella dei paesi europei più "evoluti". La delinquenza - quella vera, quella organizzata - è un fenomeno senza dubbio italiano che addirittura noi esprtiamo all'estero.
Le Marche, rispetto al problema criminalità, è considerata un'isola felice rispetto alla situazione italiana ed europea, per non parlare poi di quella mondiale.
In altri termini appare evidente che la "percezione" del problema ingigantisce a dismisura la "realtà" del problema.

Al centro di Falconara, vicino alla stazione o a Piazza Mazzini, si ascolta lo stesso ritornello: "non si vive più, la città è in mano agli stranieri, ai clandestini. Non siamo più sicuri...".
Quando però si chiede se è mai successo qualcosa, scippi, aggressioni, violenze, furti, da parte di extracomunitari tutti dicono "no, ancora non è successo niente, ma se va avanti così...", evidenziando il pregiudizio per cui l'immigrato è per sua natura incline a delinquere e prima o poi, lo farà..

Se fossi un immigrato mi incazzerei moltissimo. Ma anche da italiano mi sento intimamente offeso.
Come è possibile che ci siamo già dimenticati di quando gli immigrati eravamo noi! Ed eravamo vittime delle stesse umiliazioni e degli stessi pregiudizi da parte di gente solo più ricca e più chiara di noi!
Gli Italians, illustrati con tratti scimmieschi nelle vignette dei giornali americani, disposti a vivere in condizioni igieniche rivoltanti, ammassati in piccoli tuguri. Chiamati volgarmente dagoes - i "coltelli" - per l'attitudine a delinquere, se non addirittura "mafia", o wop (without passport) -clandestini.

Gli Itaiani massacrati a New Orleans o ad Aigues mortes, in Francia, colpevoli di rubare il lavoro alla gente del posto.
Gli Italiani morti nelle miniere, nel silenzio, per non dover ammettere le condizioni in cui erano costretti a lavorare, senza un sindacato che facesse nulla per tutelare la loro dignità.
Quegli Italiani che assomigliano così tanto agli extracomunitari di oggi, alle migliaia di persone morte nel silenzio in mare, alle persone trattate come schiavi nelle piantagioni di pomodori del mezzogiorno o nei cantieri edili del nord. Sottopagati in nero, e non per loro vantaggio, ma per vantaggio dei loro aguzzini, i datori di lavoro italiani. Ammassati in 10 in una casa non per loro scelta, ma perchè costretti da un proprietario italiano che lucra sul loro stato sociale.

Noi ci indignamo, giustamente, alla notizia del rom rumeno che violenta una ragazza italiana. Ma non diciamo nulla quando accade ciò che è accaduto a Ion Cazacu, anche lui rumeno, bruciato vivo dal suo padrone italiano per aver osato rivendicare un salario più vicino a quello degli operai italiani, nella "civile" lombardia del 2000. Nessuno trova strano che un muratore albanese, clandestino e tenuto a lavorare in nero, caduto dall'impalcatura e in fin di vita, invece di essere portato in ospedale, venga scaricato come un sacco di stracci lungo una strada di campagna dal suo padrone italiano che non vuole "storie". E sono tanti i casi come questi che però, non fanno notizia.
Alla fine sembra che ciò che ci infastidisce, non è questione di razza o di diversità culturale. Ciò che non vogliamo vedere è la povertà. Non vogliamo ammettere la realtà di una società che fonda il nostro benessere sul malessere di molti. Finchè vediamo la povertà in televisione, nei villaggi del Sahel o dell'India, ci fa pena e siamo disposti anche a fare beneficienza. Ma se quella stessa gente viene qui a casa nostra, per tentare di uscire dalla soppravvivenza e trovare una qualche occasione per vivere, diventiamo insofferenti: li sfruttiamo come schiavi e li trattiamo da appestati. E non desideriamo altro che rispedirli all'inferno.
Come è possibile che noi italiani, noi che ci diciamo "brava gente", noi che rivendichiamo l'umanità della nostra cultura cristiana, ci comportiamo così con dei nostri fratelli?

Siamo più smemorati o più egoisti?

Non so che dire, certo è che "dall'esterno" dobbiamo apparire come dei grandissimi stronzi.
....
Per autare a formarsi un'idea sulla questone, suggerisco due libri molto ben fatti:
- L'Orda, quando gli albanesi eravamo noi, di Gian Antono Stella
- Bilal, il mo viaggio da infiltrato nelmercato dei nuovi schiavi, di Fabrizio Gatti

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mercoledì 14 maggio 2008

REGIME

Quando un’opposizione, invece di fare opposizione, tiene un atteggiamento conciliante con l’azione di governo o per debolezza o per interesse a partecipare nella gestione del potere, il rischio è che nessuno reagisca quando vengono negati i diritti più elementari della democrazia.
Il risultato è l’instaurazione di un “regime”.

Il “caso Travaglio” non è affatto un caso. L’aggressione verbale di Sgarbi ad Annozero, fatta di insulti e volgarità, puntava già su Travaglio non tanto per le cose che dice, ma per ciò che è Travaglio: un giornalista che cerca e divulga liberamente fatti e circostanze. Un giornalista che fa bene il suo mestiere.
Nessuno si è indignato per il delirante ed offensivo atteggiamento di Sgarbi. Nessuno ha posto il problema di quale cattivo esempio di confronto civile abbia dato agli spettatori ed alle nuove generazioni in particolare.
Ma quando Travaglio, in un’altra trasmissione ha esposto “fatti” esprimendo un suo libero giudizio Schifani si è stracciato le vesti dichiarando che “in televisione non si possono dire queste cose”, e la Finocchiaro, a nome del PD, le ha fatto prontamente l’eco.
Chi stabilisce, in democrazia, cosa si può dire e cosa non si può dire?
Non si è mai sentito, in democrazia, che chi detiene il potere neghi a chicchessia di dire certe cose.
La libertà di parola è un valore Sacro della democrazia, così come è sacro il diritto di una persona accusata di replicare e difendersi anche legalmente contro quelle che ritiene accuse infondate o deliberate menzogne.

La solenne bacchettata data a Travaglio dall'intero apparato politico-istituzionale è un fatto grave ed inquietante di fronte al quale chi ha a cuore la democrazia non può non reagire.
Come se non bastasse, arriva poi il CSM a dichiarare la ”incompatibilità ambientale” di Valentina Forleo, con tanto di espulsione da Milano. La colpa, in questo caso, è di avere rivelato questioni attinenti alle indagini alla televisione. Ma se in tv si assiste quotidianamente ad un continuo di “rivelazioni” con tanto di filmati e registrazioni di intercettazioni telefoniche! Ma in questo caso la differenza è data dalle persone coinvolte nelle indagini. Persone che non vanno nominate. Strutture ed apparati intoccabili, fuori dalle leggi che valgono per i comuni mortali.

Di Pietro, l'unico che ha osato difendere il diritto di parola di Travaglio è stato poi ripetutamente fischiato in parlamento da esponenti del partito di governo. Stessa sorte era toccata a un personaggio di ben altro spessore: Giacomo Matteotti.
Mancano ancora gli aspetti truci di un regime. Mancano i pestaggi, i gulag, manca il confino e l’oscuramento dei canali di informazione libera. Ma l’atteggiamento politico è già quello proprio di un regime che difende se stesso a danno dei valori civili.
Travaglio e la Forleo sono messi all’indice dalla Santa Inquisizione, e i mass media gridano in coro eccitando il popolo bue: al rogo, al rogo!

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domenica 6 aprile 2008

In nome del popolo inascoltato

Quando tentammo di avviare un processo vero di partecipazione, in nome dei principi della Costituzione e della Democrazia, fummo respinti da un modo di concepire la politica come diritto esclusivo dei rappresentanti eletti.
L'amministrazione Recanatini prestò molta attenzione a valutare quando la comunicazione all'esterno fosse o meno "opportuna", finendo per eluderla quasi completamente. Ma quella amministrazione fece anche molta attenzione nel nominare dirigenti, segretari, presidenti di partecipate in linea con la politica dei principali partiti di governo.

Accade così che anche sotto il governo del commissario quei partiti continuano a portare avanti la "loro" politica, come nulla fosse cambiato.
L'urbanistica viene studiata solo per fare cassa, e si adottano varianti mostruose, nate da contrattazioni occulte tra un'amministrazione non eletta dai cittadini e singoli privati.
Si fa propria la scelta di fare un megacentro commerciale a castelferretti avanzata da un'altra azienda privata e la si propone ai comuni vicini.
Si decide ancora una volta di mandare a casa altri precari delle cooperative. Si decide l'aumento delle tasse.
Di tutto questo i cittadini non sanno nulla. Nessuno li consulta, nessuno li informa. I loro soldi e le loro esistenze vengono gestite da persone che nessuno ha votato per finalità che, al di là della filastrocca del bilancio da sanare, nessuno conosce.
Qualcuno ne trarrà vantaggio, molti ci rimetteranno, ma a noi non è dato saperlo nè tantomeno di comprenderne il perchè.
C'è un apparato che sembra governare allo stesso modo, sempre e comunque... con Carletti, senza Carletti, con Recanatini, con il Commissario...
Questo apparato è formato anche e soprattutto da partiti, e proprio da quei partiti che ci accusano di essere l'antipolitica.
Eppure tutto ciò che vogliamo è soltanto LEGALITA' e rispetto della COSTITUZIONE.

"L'Italia è una repubblica democratica fondata sul lavoro. Il potere appartiene al Popolo...", Così afferma la Costituzione.
Democrazia significa governo del popolo. Ma se a Falconara il popolo non sa nulla di ciò che viene deciso, può dirsi questa "democrazia"? E se la parola "politca" significa discutere della cosa pubblica può dirsi davvero politica quella che nega sistematicamente ogni discussione sul bene comune?
Allora chi di noi è l'antipolitica? chi di noi è la minaccia per il futuro della democrazia?

Ciò che è messo in gioco in queste elezioni amministrative non è soltanto il posto da sindaco ed un governo locale. E' in gioco il destino di una comunità, il senso del vivere insieme e il poter decidere della propria salute, della terra che abitiamo e che appartiene a tutti noi. A tutti noi e non a loro.
A noi, trattati come vacche da mungere e allevati a non pensare, svuotati di ogni volontà e riempiti di rassegnazione, è concesso oggi un solo strumento per riprenderci la dignità di cittadini: il voto.
Usiamo questo strumento come un'arma, per fare una rivoluzione, in nome della democrazia e della legalità. In nome di noi stessi: popolo di inascoltati.

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domenica 30 marzo 2008

anche santone!

Questa immagine è stata pubblicata nel sito della sezione falconarese di Rifondazione Comunista (accanto ad un articolo di un figuro che si firma pollicino) con l'evidente intento di offendere. Io l'ho trovata invece molto divertente e anche suggestiva, con quel bel paesaggio e il fiume pulito sullo sfondo. Così, sempre per gioco, ho provato ad identificarmi in quella figura, ed è scaturito questo fantasioso dialogo tra il santone (Siddharta) ed il viandante.
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Viandante - salve Siddhartha, posso farti una domanda?
Siddhartha - certo, chiedi pure
V - in città c'è un tale pollicino che parla male di te
S - conosco bene questo pollicino ed è nella sua natura il parlare male
V - si, ma lui dice che tu sei avverso ai comunisti, ti paragona al cavaliere nero...
S - (sorride) cosa intendi dire con la parola "comunisti"?
V - beh, i comunisti sono comunisti. La falce e martello, le bandiere rosse, le lotte operaie...
S - oh si certo, ma vedi, viviamo tempi in cui le parole si associano a significati diversi, a volte molto lontani tra loro...
V - vuoi dire che ci sono diversi tipi di comunisti?
S - certamente! Lascia che ti parli, ad esempio, di mio suocero. Lui era un comunista. faceva il pescatore, un lavoro duro, ed era una persona generosa e ben voluta da tutti. Sosteneva che comunismo significava uguaglianza, dignità del lavoro, solidarietà e tolleranza.
V - una bella cosa...
S - bellissima! tanto che io gli dicevo: se questo che dici è il comunismo, allora sono comunista anch'io
V - e invece non è così?
S - no, non sempre...anzi, quasi mai
V - spiegati meglio...
S - potrei dirti di quello che è accaduto nel mondo, come in Russia o in Cambogia, in nome del comunismo. O quello che accade ancora oggi in Cina, dove quelli che si dicono comunisti massacrano i dissidenti tibetani in nome della libertà dei popoli dall'imperialismo capitalista, pur essendo diventata la Cina la nuova mecca del capitalismo... ma lasciami raccontare cosa è accaduto qui, in città...
V - voui dire di pollicino e di quelli che si dicono comunisti?
S - non di tutti quelli che si dicono comunisti, perchè tra questi ci sono molte brave persone, ma di quelli che fanno i comunisti di mestiere...
V - non capisco, spiegati meglio
S - vedi, il comunismo nasce come rivendicazione dei lavoratori sfruttati e come costruzione di un mondo di giustizia. Ma quella costruzione non è certo facile... e allora qualcuno ha smesso di lavorare ed ha cominciato a proporsi a guida degli altri. Ma il percorso si è rivelato lungo, pieno di insidie e con l'andare del tempo nacquero generazioni di "guide" che non sapevano nulla del lavoro, giacchè erano vissuti fin dall'infanzia da borghesi, pur ergendosi a guide dei comunisti.
V - e i lavoratori? a loro va bene di essere guidati da borghesi?
S - molti infatti si sono allontanati. Altri, per passione, restano fedeli all'idea, e sopportano, giustificano - pur storcendo il naso - e aspettano tempi migliori.
V - ma a sentirli parlare pollicino e gli altri sembrano essere sempre nel giusto rispetto alla costruzione del comunismo...
S - o certo... parlare è il loro vero mestiere, ed hanno vita facile a convincere le persone più umili o in buona fede. Ma per giudicare la qualità di un uomo conta quello che fa non quello che dice. Guarda pollicino e gli altri capi politici dei comunisti locali... trovami tra loro un lavoratore, qualcuno che ha vissuto la fatica e l'umiliazione della povertà. Spiegami il motivo per cui si sono detti favorevoli ad un capolavoro della peggiore economia capitalista come è la Quadrilatero. Spiegami la loro alleanza con i democratici, dove molti si dichiarano apertamente anti-comunisti. Spiegami perchè pur avendo cariche importanti sul tema dell'ambiente poi sono nei fatti così "morbidi" nei confronti dell'Api, parlando molto ma facendo praticamente nulla per salvaguardare la salute della gente. Spiegami perchè sono stati in prima fila quando si è trattato di eliminare i lavoratori precari del Comune e sempre in prima fila per assumere cariche nelle cooperative intervento e nelle partecipate!
Allora capirai anche perchè, da quando dico apertamente queste cose, mi accusano, mi maledicono, mi irridono come messia o santone
V - Devono creare un nemico...
S - vedo che hai capito. Devono creare un nemico e additarlo in mezzo alla gente per evitare che la gente si accorga di che cosa sono e che cosa fanno. Così fanno tutte le dittature del pensiero, così fanno oggi gli americani con gli islamici, gli islamici con i cristiani... cosi' fece la religione creando il bene ed il male.
Se vuoi una conferma di quanto ti dico, vai nel sito web di Rifondazione comunista, accedi alla rassegna stampa e guarda con quanta cura "tagliano" ogni articolo che riguarda il candidato Brunelli. Neanche la Tass - l'agenzia di stampa sovietica - era tanto scrupolosa.
V - ma... Siddhartha, non sapevo che fossi pratico di computer!
S - ma quale Siddhartha! Io sono Carlo! CarloBrunelli. Siddhartha mi chiamano loro! Vedi? hanno confuso anche te, amico mio
V- accidenti! e non me ne ero neanche accorto!
S - sono bravi in questo, non c'è che dire. Altro che mio suocero, che per fare del bene agli altri ci rimetteva sempre... ma poi, si stringeva nelle sue spalle larghe e ci rideva su. Lui si che era un diavolo di comunista!


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venerdì 21 marzo 2008

Siamo alle solite !

E' difficile, molto difficile, per chi si avvicina alla politica con sincerità e per cercare di fare qualcosa di buono per migliorare la città in cui vive, sopportare il modo di fare dei "politicanti".

I politicanti non sono persone come le altre, anche se cercano in tutti i modi di darlo ad intendere.
Sono persone allevate all'arte del parlare senza dire nulla, all'arte del trasformismo e della mistificazione.

Veltroni è venuto a Falconara a presentare Lodolini, giovane Sindaco di Falconara, e seduto in prima fila c'era Brachetti Peretti, il proprietario dell'Api, ad applaudire.
Ora Lodolini dice di essere contro le nuove centrali API. Ma intanto i rappresentanti del suo partito e della sua coalizione in Regione tacciono sulla questione evitando di inoltrare al Ministero una deliberazione che potrebbe mettere la parola fine alla scellerata proposta dell'API.

Ma Lodolini non si accontenta e nel suo programma accenna alla cosiddetta "Vertenza Falconara" dicendo però che va sempre mantenuto il buon rapporto con la Regione e la Provincia (un ... ma anche... degno di Veltroni!). Eppure appena tre mesi fa, nella votazione del bilancio regionale, quando il consigliere Massimo Binci propose di riservare appena di 1 milione di euro a risarcimento del ruolo di servizio svolto da Falconara il suo partito votò CONTRO. Come votò contro il rappresentate falconarese della sua coalizione Assessore Marco Amagliani, di Rifondazione Comunista, mentre Lucchetti si assentò dalla sala o perchè imbarazzato o perchè disinteressato a quel voto!


Siamo alle solite. Per la seconda volta il PD e i suoi alleati vengono a copiare i contenuti innovativi del programma delle liste sostenute dai cittadini.

Vi ricordate il programma della coalizione Recanatini? La PARTECIPAZIONE, la TUTELA DEL TERRITORIO, e le tante altre promesse di rinnovamento?? Vi ricordate come quel programma è stato TRADITO spudoratamente nei fatti?

Accadrà di nuovo. E peggio di prima, perchè adesso i manovratori della politica stanno ben nascosti e mandano avanti i volti nuovi, i giovani, a prendere mazzate e a fare il lavoro sporco per loro. Come fanno i generali in guerra, che mandano i ragazzi di diciotto anni a farsi ammazzare per gli interessi loro e dei loro protettori.

Dall'altra parte, anche Brandoni, per il PdL, parla di una legge speciale per Falconara. Anche lui si mette a copiare la vertenza Falconara!!! E come mai ci ha pensato solo adesso?? Perchè questa questione non è stata posta quando il Cavaliere era a Capo del Governo, con la sua paresi facciale in forma di sorriso?
E allora capisci. Capisci che questo è da un lato il tentativo di oscurare la voce dei cittadini in un coro di chiacchiere, dall'altro è l'inizio delle grandi manovre per il prossimo inciucio.

PD e PdL accomunano i programmi - tanto poi si possono smentire - si sorridono, si ammiccano, come due amanti. Verrà presto il momento dell'unione carnale, magari al ballottaggio, magari anche prima, magari è già accaduto.

D'altra parte le sigle PD e PDL differiscono solo di una L. Cosa vuoi che conti una L.

La L di LIBERTA'...

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